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Jackson Hole, perchè il meeting dei banchieri centrali è così importante e che cosa ci si aspetta da Powell #adessonews


Tutti gli occhi dei mercati sono rivolti oggi al meeting di Jackson Hole e all’intervento di Powell delle 16: a che punto è l’America su inflazione e recessione e che farà la Fed sui tassi?

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La politica della Fed può essere giudicata in vari modi a seconda degli obiettivi perseguiti: un grande successo oppure un intervento poco significativo. Ma anche un disastro assoluto. Io sono per quest’ultima tesi”. Correva il 1982 quando Edward Kane, allora economista di grido della Ohio University, ebbe l’ardire di criticare così il robusto aumento dei tassi della Fed davanti a Paul Volcker, il numero uno della banca in attesa di parlare di fronte ai colleghi in occasione del simposio della Fed, quell’anno, per la prima volta, in programma a Jackson Hole, Wyoming, il paradiso delle trote scelto proprio per compiacere Volcker, grande appassionato di pesca. Ma per il banchiere vicino ai democratici, già nel mirino di Ronald Reagan non furono giorni facili: alla fine la Fed l’ebbe vinta sui nemici, domando l’inflazione a doppia cifra che perseguitava l’economia da quasi dieci anni.

I mercati rimpiangono i banchieri forti capaci di dettare regole

La storia si ripeterà quarant’anni dopo? L’intervento di Jerome Powell, in diretta streaming, è previsto nella stessa sala in cui parlò Volcker, per ribadire che la banca centrale non avrebbe più tollerato l’inflazione a doppia cifra, anche a costo di scatenare la corsa al dollaro. Anche Powell, come Volcker, può lamentarsi per le ultime uscite dalla Casa Bianca: cancellare i debiti degli studenti verso le banche (fino a 20 mila dollari per ciascuno), alla vigilia di Jackson Hole è una misura equa e popolare a pochi mesi dalle elezioni, ma vale un +0,3% in termini di inflazione (e probabilmente anche di più, secondo Jason Furman, già capo economista di Obama). Ma le analogie finiscono qui. Grazie Volcker, richiamato a Washington nel 2009 per rimettere ordine nella finanza Usa, la finanza mondiale ha potuto disporre di una guida autorevole e bipartisan, capace di dettare le sue regole ai mercati, anche i più riottosi e ribelli.

L’avvocato Powell, che non ha nemmeno una laurea in economia, dovrà invece spiegare ai mercati la pessima figura di un anno fa, quando il presidente della Fed sostenne che l’inflazione era solo un falso problema, un episodio transitorio di breve durata sull’orizzonte di mercati votati al bello stabile e foraggiati di tassi a zero o quasi. Le cose, si sa, sono andate in ben altro modo. Jerome Powell si è ritrovato così ad essere considerato uno se non il più responsabile del pauroso collasso dei mercati, non tanto delle Borse quanto dei 17 mila miliardi di dollari andati in fumo con il calo delle obbligazioni.

Powell indossa i panni del Falco per farsi perdonare gli errori

Bisogna partire da qui per capire le difficoltà attuali della Fed a farsi prendere sul serio, nonostante la raffica di aumenti del costo del denaro del 2022 e le promesse di interventi ancor più drastici per schiacciare l’inflazione. I cittadini, ma anche i broker, stentano a capire le ragioni della stretta a fronte di un’economia che almeno per ora galleggia. E, più ancora, di un mercato del lavoro in piena espansione, nonostante milioni di persone si rifiutino di rientrare nelle aziende, nei bar o negli ospedali che lamentano carenza di personale. Come farà l’avvocato Powell a trasmettere il messaggio ad una platea che gli crede a metà? Il presidente non può far altro che ribadire la linea della fermezza, ma senza esagerare: sempre lui ha assicurato gli Americani che gli States non finiranno in recessione… Perciò il suo non potrà che essere un discorso ambiguo, forse più di quelli dei suoi predecessori (“mi avete capito? Allora ho sbagliato qualcosa” soleva dire Alan Greenspan): duro, cattivo ma con qualche tocco di speranza, seppur contenuto e sobrio, perché ci vuol poco a risvegliare il Toro fuori stagione.

Occhi puntati su Powell, che farà la Fed sui tassi?

Fuor di metafora, la kermesse di Jackson Hole (159 autori, 370 papers, il contributo di banchieri centrali in arrivo da 170 Paesi) faticherà a convincere gli Americani a non abbassare la guardia: il prezzo della benzina è in calo, l’inflazione potrebbe concedere una tregua di cui già stanno approfittando i titoli tecnologici. Certo, uno o più aumenti arriveranno nei prossimi mesi, ma l’anno prossimo, garantiscono le grandi banche, la musica cambierà. E Jerome, da buon avvocato, si rimangerà i segnali più funesti. A meno che il vento di crisi in arrivo dall’Europa non consigli a Wall Street di tener alta la guardia. Mentre l’inflazione americana nei prossimi mesi scenderà, quella europea, prima di moderarsi l’anno prossimo, continuerà a salire verso il 10% nonostante i sussidi sull’energia che provocheranno un aumento del debito pubblico. E Frau Schnabel, la banchiera tedesca che rappresenta la Bce sugli altipiani del Wyoming, non potrà che agitare le piume del falco. Sono lontani in tempi, anno 2014, in cui Mario Draghi scelse Jackson Hole per annunciare il Quantitative Easing europeo.

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