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Non solo Mps. Cosa dicono e non dicono i partiti in campagna elettorale #adessonews

Da Mps alle regole bancarie europee passando dai soldi a fondo perduto degli istituti di credito. Tutti i dossier creditizi non ancora dibattuti in campagna elettorale. L’intervento di Lando Maria Sileoni, segretario della Fabi

Su MF-Milano Finanza Angelo De Mattia ha aperto un dibattito che merita di essere approfondito. L’argomento in questione è rappresentato dalla visione che i partiti hanno, in campagna elettorale e quindi nei rispettivi programmi, del settore bancario. De Mattia ha sottolineato l’importanza dell’esistenza di un pensiero dei partiti italiani rispetto alle norme europee in materia bancaria e finanziaria, alla regolamentazione del settore bancario da parte della Vigilanza unica e delle authority come Eba, Esma, Eiopa e del rapporto tra tali organi e la Commissione Europea anche rispetto ad argomenti strategici e fondamentali come il bail-in oppure sui presupposti del default di una banca.

In sintesi, De Mattia chiede ai partiti se vorranno recitare un ruolo da protagonisti su questi argomenti o se invece assisteranno senza intervenire, come sostanzialmente, a mio giudizio, hanno fatto fino a oggi. Precedentemente, il 9 agosto il presidente dell’Abi Antonio Patuelli si è rivolto ai partiti politici e alle commissioni parlamentari chiedendo un intervento volto a «rimuovere i vincoli strutturali e attivare politiche economiche chiare e stabili». Una iniziativa, quella del maggior rappresentante del settore bancario italiano, che si propone di spronare il nuovo governo verso obiettivi e risultati precisi.

L’analisi di De Mattia è impeccabile, le richieste di Patuelli ineccepibili. Va tuttavia approfondito l’atteggiamento dei partiti politici, che ormai da anni lasciano il campo completamente libero sia ai regolatori bancari europei sia ai gruppi bancari italiani, i quali rispetto agli stessi partiti operano ormai con un’evidente superiorità e autonomia colmando e occupando sistematicamente ogni tipo di spazio possibile.

Questo vale per i grandi gruppi ma anche per le piccole banche locali, che sui territori la fanno da padroni. Diventano quindi risibili e inutili i piagnistei dei politici locali quando si lamentano della chiusura di sportelli nei loro Comuni, lamentele tutte virtuali e a parole, e contemporaneamente non esitano a chiedere sponsorizzazioni di eventi ed enti di ogni genere alle stesse banche che hanno chiuso sportelli.

Nei programmi elettorali, per esempio, i partiti non fanno alcun accenno rispetto al prossimo futuro del Monte dei Paschi di Siena, di proprietà dello Stato, come se la vicenda della banca senese non interessasse loro più di tanto. Così come non hanno mai preso posizione, concreta e nei fatti, rispetto alla riforma delle banche popolari e delle banche di credito cooperativo, più volte dagli stessi partiti criticata. Il fatto che le banche italiane siano aziende private non giustifica nemmeno lontanamente l’assenza di una visione o di una proposta, che i partiti avrebbero dovuto inserire nei loro programmi elettorali, rispetto al prossimo futuro del settore bancario italiano.

Insomma, l’eterna lotta fra finanza e politica, sorta nella cosiddetta Prima Repubblica, è oggi tutta a vantaggio della finanza. Anzi, oserei dire che non c’è partita. È uno storico dato di fatto che ai tempi di Andreotti, Craxi e Berlinguer le banche non toccavano palla. C’è da chiedersi come sia stato possibile arrivare a questa attuale, inaccettabile situazione. La risposta è tutta racchiusa in una parola: il denaro, che viene utilizzato sotto ogni forma possibile (e legalmente lecita, sia chiaro): per sponsorizzazioni in ambito sportivo e artistico, per contributi più o meno a fondo perduto; per finanziamenti a enti, associazioni, fondazioni, circoli culturali; per finanziare i siti di alcuni personaggi considerati opinion leader e i centri studi di alcune associazioni; oppure per sponsorizzare i siti web di alcuni leader politici; o, ancora, per sponsorizzare quei siti che servono poi a colpire i nemici di turno. La parola d’ordine e la condizione essenziale è che ci sia un ritorno assicurato.

Insomma, il denaro è servito per una sistematica occupazione di tutti quegli spazi, tanti, lasciati volutamente o indirettamente liberi dalla politica partitica nazionale, molto attenta a non pestare i piedi a importanti gruppi bancari. Ci sarebbe da scandalizzarsi se non ci fosse la consapevolezza che viviamo in Italia e non in un Paese del Nord Europa, dove queste iniziative non sarebbero tollerate.

Occorre perciò un cambio di passo. Quello dei finanziamenti e dei sostegni a fondo perduto da parte delle banche è un tema che andrebbe affrontato, introducendo princìpi finalizzati a creare una netta distinzione, anche perché ogni forma di finanziamento non pesa sulle tasche dei rappresentanti delle banche ma proviene dai depositi della clientela. Sono meritori e da sostenere i finanziamenti delle banche agli ospedali e agli enti di ricerca non solo scientifica, alle università e, più in generale, verso la beneficenza: insomma, il ruolo attivo delle banche nel campo sociale è importante e cruciale per tutto il Paese.

Andrebbero censurate le iniziative, talora opache, che portano le stesse banche a comportarsi come un bancomat a disposizione di tutti, elargendo denaro, tanto a livello nazionale quanto a livello locale, per iniziative di carattere politico, anche quando si tratta di associazioni che solo apparentemente non rivestono un ruolo partitico. Qui non è messa in discussione la capacità manageriale dei vertici o dei capi delle relazioni esterne: loro fanno gli interessi delle banche, dal punto di vista professionale, e quelli degli azionisti. Quello che sconcerta è l’assenza della maggior parte dei partiti politici e dei loro rappresentanti, che virtualmente da sempre si confrontano con un settore, come quello bancario, che può procurare consenso elettorale, ma nei fatti ne subiscono volentieri e volutamente le decisioni.

Tutto ciò è inammissibile e non trova alcuna giustificazione. Del resto le banche maneggiano il denaro della clientela, i risparmi delle famiglie, i fondi delle imprese: risorse che, così come prescritto dalla Costituzione, andrebbero gestite con scrupolosità e vera responsabilità sociale, mentre purtroppo vengono anche utilizzate per condizionare pesantemente i partiti, che di fatto rinunciano a esercitare liberamente il loro ruolo politico. Anche qui si potrebbero citare decine di esempi, ma per rendere bene l’idea ne ricordo uno: un importante gruppo bancario ha per decenni sponsorizzato, con cifre importanti una notissima manifestazione di auto d’epoca che faceva il giro d’Italia, riservata a pochissimi eletti, ultrasettantenni accompagnati nel loro tour da bellissime e giovani donne messe a disposizione dall’organizzazione. Poi si è scoperto che tra gli organizzatori c’erano personaggi che sedevano nel consiglio di amministrazione di quella banca e che gli stessi rappresentavano sui territori un importante bacino elettorale per i candidati politici. E potrei continuare con altri esempi.

Nel rapporto tra finanza e politica quindi gli equilibri sono tutti sbilanciati in favore della prima: è una situazione grave – ne sono certo – e già nota alle autorità europee, che quando decidono di agire conoscono perfettamente il tallone d’Achille di certi ambienti. Non c’è da meravigliarsi, insomma, se in questa campagna elettorale gli argomenti bancari siano completamente assenti. Non è una dimenticanza ma una precisa scelta. Nel circo mediatico alcuni leader di partito e i candidati offrono all’elettorato vibranti contrapposizioni ma non affrontano mai temi scomodi. E, comunque si tengono pronti a qualsiasi scenario, anche all’ennesima grande coalizione che lascia un posto al tavolo per tutti.

Ma in questa situazione come è pensabile tutelare realmente il risparmio degli italiani e difendere le lavoratrici e i lavoratori delle banche, per esempio, dalle indebite pressioni commerciali per la vendita di prodotti finanziari? È un ambito nel quale sono necessari fatti concreti e non chiacchiere. Non sarebbe meglio quindi se le banche decidessero di dirottare quei fondi, fino a oggi destinati alla politica, al rinnovo del contratto nazionale e a iniziative per migliorare concretamente le condizioni del personale o a intensificare i contributi e i finanziamenti che lodevolmente indirizzano a ospedali, enti di ricerca, associazioni di volontariato?

Siccome non è mio costume mettere tutti sullo stesso piano e fare di ogni erba un fascio mi rivolgo anche a quei rappresentanti della politica seri e rispettabili, che fortunatamente esistono anche nelle nostre istituzioni, affinché prendano una posizione verso un settore, quello bancario, al quale non può essere lasciata e concessa tutta questa autonomia. Queste mie riflessioni servono anche per far capire ai manovratori della finanza che conosco perfettamente gli interessi che esistono nelle aggregazioni, nella vendita dei crediti deteriorati a società private, che conosco perfettamente l’esistenza e i meccanismi delle porte girevoli tra le società di consulenza e i gruppi bancari, gli interessi dietro i servizi informatici, dietro gli appalti, dietro le manutenzioni. Le mie conoscenze dovrebbero essere note ai partiti e, soprattutto, le stesse conoscenze su questi argomenti sono perfettamente note alle autorità europee, che, come è sempre avvenuto in questi anni, si muovono con la consapevolezza di non avere ostacoli.

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